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Vittorio Sgarbi racconta Michelagelo: l’arte va in scena al Teatro Giordano

Vittorio Sgarbi racconta Michelagelo: l’arte va in scena al Teatro Giordano

Settimana ricca di impegni per la nostra città e anche per il team di Radio NOVA IONS 97. Fra viaggi culinari tra sapori nuovi, ricercati e diversi da quelli della nostra terra nella quarta edizione di Libando per il weekend del cibo e, prima di ritrovarci nelle nostre case, nelle piazze in un enorme abbraccio comune fatto di colori, sorrisi e fontane zampillanti, per la storica promozione del Foggia Calcio in Serie B, abbiamo avuto la possibilità di assistere allo spettacolo di Vittorio Sgarbi al Teatro Umberto Giordano, in ”Vittorio Sgarbi presenta: Michelangelo”.
Questo è il secondo appuntamento che Sgarbi concorda con l’Amministrazione foggiana e che è certamente, fra tutti gli artisti proposti dalla stagione di prosa del ”Comunale”, uno dei più attesi. Inevitabile sintomo di ciò, è l’irreperibilità dei biglietti: a differenza dello spettacolo dell’anno scorso su Caravaggio sono state aggiunte altre due date, e noi abbiamo certamente apprezzato questa scelta del Comune, che soddisfa i desideri di una città che è molto disponibile alle novità culturali e alla voglia di passare una serata diversa dalle altre; le stesse voglie che altrimenti avrebbero potuto trovare ostacolo, proprio nel Teatro, che per quanto si è certi di dover rispettare per la sua importanza storica e la sua bellezza, ha una capienza decisamente limitata per le esigenze di quasi 160.000 abitanti.

Sgarbi torna raccontando, in una prima nazionale, la vita e le opere di Michelangelo, fra i principali artisti (se non il principale) del Rinascimento. In lui confluirono tre diverse abilità: fu infatti scultore, pittore ed architetto e fu, come conseguenza, centro d’ispirazione per numerosi artisti successivi e moderni: dallo stesso Caravaggio a Jan Fabre, che nel 2011 porta alla Biennale di Venezia proprio una versione ”rivisitata” de ”La Pietà”. Michelangelo vive nel tempo, e in qualche modo lo condiziona e continua ancora oggi ad essere un artista apprezzato per essere riuscito a riunire classico e moderno: non è forse l’unione del classico e del moderno, del vecchio e del nuovo, di ciò che ammiriamo e che vorremmo riadattare con parole e forme nuove, l’essenza stessa del Rinascimento? Per quanto questo sia un periodo conclusosi temporalmente, è nell’idea di ogni uomo concicliare la sicurezza dell’esperienza e l’incertezza dell’avventura, sin dai tempi dell’Ulisse greco, che si batte per la ”virtute e canoscenza” ma che non spera in altro che nel suo ritorno in patria. E se questa idea appartiene ad un uomo storicamente molto lontano da noi, solo per questo non può appartenerci? Effettivamente il rinascimento è forse più uno stato d’animo che un periodo.


Uno stato d’animo che appartenne anche ad un giovane, che realizzò a soli ventidue anni l’opera più matura di tutta la sua carriera, anche più delle opere della sua ”epoca matura”: La Pietà. Custodita gelosamente da tutto il Vaticano, e azzarderei a dire, da tutti gli italiani, nella basilica di San Pietro, rappresenta ciò che forse di più bello l’arte abbia mai visto: tutti gli elementi, dalla morbidezza del panneggio, al viso della Vergine, al braccio del Cristo morto che cade, fotografano una scena inevitabilmente precedente a un avvenimento che accadrà solo tre giorni dopo, ma che i soggetti ancora non conoscono, ed allora la Madonna piange come farebbe una madre che tiene il Figlio ormai morto fra le braccia. Paradossale è come l’inizio della vita artistica di Michelangelo inizi con La Pietà, e dopo un numero indefinito di altre opere, fra le quali il Tondo Doni, Il David, la Cappella Sistina, (solo per citarne alcuni), finisca con un’ altra pietà: ”La Pietà Rondanini”. Questa rappresenta la quadratura del cerchio, il punto di non ritorno (è certo che ormai il tema del ritorno è tema ricorrente ed insito nel Rinascimento stesso) ed è totalmente diversa dalla prima: la scultura infatti, lascia un senso di incompiutezza, come se i soggetti volessero uscire dalla roccia, emanando una sensazione vibrante e di veemenza ancora più forte dell’opera finita; non c’è solo lo sforzo materiale dell’artista, ma anche lo sforzo dei protagonisti: è qui che Sgarbi, come sempre insuperabile nelle vesti di critico d’arte, ci rivela che la compiutezza dell’opera, non è nella sua perfezione, ma nella sua verità.


Con i complimenti per un’Amministrazione in grado di portare per il secondo anno consecutivo un personaggio di tale calibro, e con la voglia di esservi di nuovo in un prossimo spettacolo ci chiediamo in che modo però poter abbattere le verità del nostro tempo e della nostra società, che a tutto fanno pensare tranne che a sentimenti positivi e di speranza nel futuro. Noi cerchiamo di combattere questa rassegnazione diffusa, con la quale abbiamo a che fare ogni giorno, con le nostre parole e con la nostra musica, perchè, alla fine, ciò che appartiene alla mente di ogni foggiano è quell’idea di voler andarsene, ma solo per ritornare in una città rinata, che è la vecchia ma è anche la nuova, che è classica ma moderna, che è la stessa ma è diversa.

Massimiliano Di Bitetto e Domiziana Curci

24 04 2017

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