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Best of 2016: le migliori uscite di quest’anno secondo lo staff di Radio NOVA IONS 97

Best of 2016: le migliori uscite di quest’anno secondo lo staff di Radio NOVA IONS 97

Il 2017 è ormai alle porte e, musicalmente parlando, si prospetta un anno ricco di nuove uscite e di ritorni, un vaso di Pandora che una volta scoperchiato porterà solo gioie alle nostre orecchie.

Però, c’è un però! Ci è sembrato giusto, ora più che mai, tirare le somme dell’anno che sta per lasciarci… in musica ovviamente!
Radio NOVA IONS 97 ormai conta uno staff di quasi 40 persone, dai gusti musicali più variegati/stravaganti/sofisticati/semplicemente belli.
Dunque, in seguito a summit, consultazioni, adunanze, orazioni sui rostri, lo staff di Radio NOVA IONS 97 è lieta di presentarvi la TOP 20 delle migliori uscite di questo 2016! Democraticamente abbiamo votato i nostri album preferiti e questo è il risultato.

 

 

20. SIA – THE ACTING: Una delle rivelazioni femminili del pop di questo 2016! Dopo anni passati dietro le quinte, scrivendo hit di successo per altre pop star internazionali, Sia finalmente ha avuto il salto di qualità e la gloria meritati. Un disco costruito per adattarsi a tutti i gusti e che tra tenebre e luce, ci mostra il lato migliore di sè: la sua voce. Sicuramente convince! Il pubblico e anche noi.

 

 

 

 

 

esperanza-spalding-emily-devolution-jfif19. ESPERANZA SPALDING – EMILY’S D + EVOLUTION:
Un album potente, elegante, dirompente in cui la grande bassista che si cela dietro Esperanza da espressione alla sua ricerca sonora, senza limiti di genere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a-tribe-called-quest-we-got-it-from-here-jfif18. A TRIBE CALLED QUEST – WE GOT IT FROM HERE… THANK YOU 4 YOUR SERVICE: È un disco degli A Tribe Called Quest e già dovrebbe bastare. È un disco degli ATCQ e si sente. Perché “We got it from here… thank you 4 your service” è un disco old-school ma nel 2016. Rime, scratch e campionamenti, come fossimo negli anni 90, accompagnati da strumenti “veri”. Un aria “analogica” che spazza via il suono superpompato e levigato delle produzioni moderne. Q-Tip, Jarobi, Phife e gli “ospiti” si incastrano alla perfezione, ospiti che omaggiano uno dei gruppi più importanti di tutti i tempi della scena hip-hop. Ci sono gli amici di sempre Consequence e Busta Rhymes, Kanye West fa una fugace apparizione, Andrè 3000, Elton John (si proprio lui), Jack White, Talib Kweli e i giovani Anderson Paak e Kendrik Lamar. “We got it from here…” è anche un disco politico, che si incastra perfettamente con i tempi (soprattutto statunitensi).Beats, rhymes, and life. Nel 2016.

 

 

 

angel-olsen-my-woman-jfif17. ANGEL OLSEN – MY WOMAN: Angel Olsen sforna un disco potente, divertente e sopratutto maturo. Lo fa come sempre con la sua incantevole voce e gli strumentali alla Nirvana che accompagnano testi che riflettono sulla profondità della Donna in diversi contesti. Uno dei migliori dell’anno.

 

 

 

 

 

 

the-zen-circus-la-terza-guerra-mondiale16. THE ZEN CIRCUS – LA TERZA GUERRA MONDIALE: Appino e co. sono al nono album e si divertono ancora a suonare insieme. Ironici, spietati, profondi e leggeri, mai una parola fuori posto, mai una nota fuori luogo. Disco divertentissimo da ascoltare e da passare in radio, che veicola testi profondi e mai scontati in una confezione che sarà anche ammiccante ma che suona ancora dannatamente bene.

 

 

 

 

 

 

moderat-iii-jfif15. MODERAT – III: Ormai chi sono i Moderat lo sappiamo tutti (vero??). Ad aprile è uscito il terzo album di questo “supergeuppo” formato da Apparat e Modeselektor, dal titolo, guarda un po’, “III”. Banale all’apparenza, ma in realtà è come se fosse un qualcosa per ribadire la loro identità, identità che non si perde nelle 9 tracce dell’album. Ovviamente, l’elettronica fa da padrone, insieme a tanta classe e credibilità.

 

 

 

james-blake-the-colour-in-anything-jfif14. JAMES BLAKE – THE COLOUR IN ANYTHING: Un ritorno in grande stile del timido ed enigmatico producer/cantautore inglese. Un disco completo e disincantato, la cui ciliegina sulla torta è il (secondo) featuring con Bon Iver. 17 tracce che ci cullano in un crescendo intimo ed elettronico e ci trasportano nel mondo di James Blake.
Impossibile trovarci qualcosa che non vada, ascoltare per credere.

 

 

 

 

 

flume_-_skin13. FLUME – SKIN: Già solamente per la copertina, quest’ultimo album del producer australiano meriterebbe di essere in qualunque classifica del globo terrestre. A Flume piace vincere facile, perciò ha chiamato a collaborare con sè molti artisti, le cui voci in alcune tracce risultano il vero punto di forza: Beck e Little Dragone per citarne un paio. Un risultato finale complessivo che funziona molto bene.
Tra l’altro, Never Be Like You è nella colonna sonora di The Young Pope, cos’altro c’è da aggiungere?

 

 

 

 

coldplay-a-head-full-of-dreams-jfif12. COLDPLAY – A HEAD FULL OF DREAMS: Cos’è “A head full of dreams”? Chris Martin lo paragona al settimo libro di Harry Potter, il completamento di un percorso che, però, non esclude possibili ritorni. Nuove sonorità, tanti anni di esperienza e la più evidente impronta di tutti i componenti, lo rendono sicuramente il disco più innovativo della band con collaborazioni molto diverse tra loro ed un coinvolgimento diretto della famiglia. Tema dominante: la rinascita dopo la caduta.

 

 

 

 

bon-iver-22-a-million-jfif11. BON IVER – 22, A MILLION: La perfezione ha un nome: Justin Vernon, o meglio Bon Iver.
Un attesissimo ritorno musicale che ha diviso la critica. Ma, in fondo, perché Bon Iver avrebbe dovuto sfornare un altro “For Emma, Foreve Ago” o un altro “Bon Iver, Bon Iver”? Cinque anni di silenzio, cinque anni nei quali la musica è cambiata e la vita stessa di Justin Vernon ha attraversato una fase di evoluzione che sicuramente ha influenzato i testi e le sonorità di un album ricco di simboli e simbolismi. Il “vecchio” Bon Iver continua a sentirsi, ma bisogna ricordarsi che i cambiamenti portano con sé la bellezza della novità, della metamorfosi. E sì, Bon Iver è più sicuro di sé, più maturo, più elettronico, è cambiato, ma sempre continuerà a sembrarci che ci legga dentro.

 

 

 

kingsofleon-walls-album-201610. KINGS OF LEON – WALLS: I Kings of Leon sono tornati con un disco davvero inaspettato. Nuove sonorità ed eterogeneità musicale tra le tracce, quella che non guasta, sono gli ingredienti di un disco che già si candida a diventare un grande classico moderno. I testi sono molto carichi emotivamente e il tutto è sottolineato dalla malinconica voce di Caleb Followill. Dopo il punto di rottura, dovuto a dissidi e incomprensioni, i cugini e fratelli Followill raggiungono un nuovo equilibrio e la loro musica ne trae vantaggio. Dietro queste quattro maschere di cera si celano quattro musicisti capaci ancora di fare rock.

 

 

 

 

i-cani-aurora-jfif9. I CANI – AURORA: Quando parliamo de I Cani, parliamo necessariamente di sperimentazione. Con questo terzo album Niccolò Contessa, anche se di base con l’impronta di sempre, cambia modo di dirci le cose, di raccontarci le storie. Cambia il linguaggio, tutto fatto di astri, stelle, universo, il cinismo si fa da parte, ma è semplicemente un’evoluzione e un perfezionamento necessario e quasi automatico della musica e della poetica di Contessa. Un disco che è un cerchio, nel quale entrare e farsi travolgere dall’empatia dei testi mai banali e dalle sonorità (immancabili i synth). Un cerchio che all’interno contiene l’eredità de “Il sorprendente disco d’esordio de I Cani” e di “Glamour”, guardando però anche al futuro. Così come ha fatto anche Cosmo quest’anno, ci troviamo di fronte ad un disco elettronico, pop, dance, nel quale non manca anche l’introspezione. Tanti elementi che si fondono insieme per creare uno dei migliori dischi del panorama indie italiano.

 

 

 

kaytranada-99-9-jfif8. KAYTRANADA – 99.9%: Louis Kevin Celestin comincia come tanti da soundcloud e arriva al primo album confezionando uno dei migliori dischi da dancefloor del 2016. La scena canadese allarga le sue schiere con questo talentuoso assemblatore di suoni che improvvisamente virano dalla comfort zone della musica da ballare, poche casse dritte e pochi ritmi lineari, tanti percorsi tortuosi e collaborazioni stellari: dai Badbadnotgood (che meritano una menzione speciale anche per la loro uscita del 2016) a Anderson Paak e a un redivivo Craig David. Non un disco per puristi ma per chi ascolta la musica credendo che i generi sono un’invenzione dei giornalisti musicali e delle radio.

 

 

 

 

frank-ocean-blond7. FRANK OCEAN – BLONDE: Quattro anni d’assenza dalle scene, quattro anni di latitanza che sicuramente hanno fatto aumentare le aspettative del pubblico che ha atteso, sperato, pregato per un nuovo album. Avrà convinto? La risposta è sì. Frank Ocean torna a stupirci con 17 tracce, in un vortice di malinconia e apparenti contraddizioni. Un artista e un album evanescenti e in continua evoluzione, ma scevri da qualunque tipo di etichetta e imposizione musicale. Per noi, è valsa la pena aspettare.

 

 

 

 

drake-views6. DRAKE – VIEWS: Views è l’ultimo album di Drake, ma prima di tutto è stato un “caso mediatico” per tutta la promozione che è stata fatta con largo anticipo rispetto alla sua uscita. Di solito, quando le cose vanno così, il rischio di deludere è molto alto, Drake invece si conferma essere l’artista che piace sempre e comunque. L’esito è un album che sì punta alle vendite e a scalare le classifiche, ma anche alla qualità musicale e canora, di un Drake che vuole mantenere le promesse fatte e vuole anche distinguersi da altri suoi colleghi troppo spesso troppo simili tra loro. Inoltre, la copertina rispecchia il concept di un album sul cambio di prospettive. Un mix di generi e intenti, tra tormentoni e pezzi più ‘slowly’.

 

 

 

david-bowie-blackstar 5. DAVID BOWIE – BLACKSTAR: David Bowie da quasi un cinquantennio sposta sempre più in alto l’asticella, attraversando generi, interpretando personaggi, imponendo ai suoi innumerevoli fans frequenti cambi di rotta e direzione. Non lo sapremo mai se “l’ultimo disco di David Bowie” è stato l’ultimo per scelta o casualità, così come tante cose che riguardano il Duca Bianco resteranno un interrogativo che coltiveremo gelosamente. Non sapremo mai nemmeno se questo disco, a tratti ostico, abbia avuto critiche e pubblico dalla sua parte “sinceri” o in qualche modo indotti dalle circostanze, così come dopo la morte di Berlinguer andò a votare PCI anche chi non era comunista. Ziggy Stardust è tornato su Marte e ci ha lasciato un disco da ascoltare e capire, come se fosse un opera d’arte contemporanea che comprendesse anche la sua scomparsa dai nostri radar.

 

 

 

raphael-gualazzi-love-life-peace 4. RAPHAEL GUALAZZI – LOVE, LIFE, PEACE: Se già vi piacevano i vecchi album di Raphael Gualazzi, “Love, life, peace” vi piacerà ancora di più. Un album colorito, che quanto ad atmosfere se ne va in giro per il mondo passando da quelle latine (duettando con l’Italo marocchina Malika Ayane) a quelle del Rock ‘n Roll di New Orleans, da note che ricordano la musica popolare siciliana per finire in zone inesplorate come le vette delle classifiche pop, lanciando l’anti-tormentone estivo “L’estate di John Wayne”. Il tutto sempre mantenendo una certa classe, dannatamente affascinante nel suo essere un po’ retro’, che è stata una delle chiavi del successo del cantautore urbinate, insieme al suo straordinario talento.

 

 

 

red-hot-chili-peppers_the-getaway_recensione_music-coast-to-coast 3. RED HOT CHILI PEPPERS – THE GETAWAY: Un procione, un orso, una bambina, un corvo (o un piccione?), il tutto contornato da un paesaggio urbarno. L’inganno dell’undicesimo album dei californiani inizia già dalla copertina, quello che sembra una foto in realtà è un dipinto (‘Coalition III’di Kevin Peterson), l’inganno di un album che può davvero dirsi una novità? I Red Hot riescono a nascondere negli 11 pezzi di “The Getaway” un ponte tra i loro grandiosi successi del passato e il loro futuro musicale. Con inganno, ovviamente, intendiamo qualcosa di positivo, come l’inganno di un prestigiatore con i suoi trucchi di magia: sono passati davvero cinque anni da “I’m with you”? Il rischio era che non ci fosse nulla di nuovo, invece Anthony Kiedis e i suoi hanno riportato il rock in cima alle classifiche, coinvolgendo i vecchi nostalgici e le nuove generazioni. Insomma, il tempo passa, i Red Hot sono invecchiati, ma da questo album si capisce che sforneranno ancora musica di qualità ancora per molto tempo, magari che guarderà al passato ma di qualità. Sicuramente è stato quasi commovente il loro ritorno, un salto nel passato. E un dubbio rimane: siamo ancora negli anni 90 o nel 2016?

 

 

 

the-weeknd-starboy-jfif 2. THE WEEKND – STARBOY:  “Starboy”, terzo album di The Weeknd, è stato uno dei dischi più voluti di questo finale del 2016 ed è stato anche uno dei più soddisfacenti. The Weeknd ha messo d’accordo tutta la critica internazionale grazie alle sue sonorità innovative e lungimiranti. “Starboy”, il singolo che ha preceduto l’uscita del’album, ha messo subito in chiaro quale fosse l’obiettivo del ventiseienne artista canadese: sconvolgere il mercato discografico con un climax ascendente di ritmi, suoni e coerenza. Dopo “Beauty Behind the Madness”, doveva produrre un capolavoro, per dare continuità al suo eccezionale talento e così è stato. Traccia dopo traccia si viene catapultati in scenari sempre diversi, come se ci fosse un cambiamento costante nei sentimenti dell’artista, ma riuscendo a mantenere sempre il suo stile ormai riconoscibilissimo già dal primo ascolto. Si sa, per chi è abituato ad ascoltare le nuove uscite dall’inizio alla fine, capita a volte di non trovare di proprio gradimento qualche traccia (soprattutto quelle di “passaggio”) all’interno di album nuovi, ma in questo caso The Weeknd è riuscito a farci rimanere con le cuffie nelle orecchie per tutto il tempo, anche grazie a collaborazioni con artisti del calibro di Lana Del Rey, Kendrick Lamar, Future e i Daft Punk. “Starboy” ha infranto il record di streaming in un solo giorno su Spotify al momento dell’uscita, un altro grande riconoscimento per un’artista che sicuramente farà parlare molto di se nei prossimi anni.

 

 

 

radiohead-a-moon-shaped-pool-jfif1. RADIOHEAD – A MOON SHAPED POOL: Puntualmente ad ogni loro album non crediamo che qualcuno, o anche gli stessi Radiohead, possa fare di meglio. Puntualmente, dopo l’ascolto, ci ricrediamo. La band dell’Oxfordshire continua ad essere avanguardista e a regalarci album molto moderni. L’abbiamo sudato l’arrivo di questo nono album ed averlo davvero tra le mani sembra quasi un sogno. La tracklist è in ordine alfabetico e contiene tracce già eseguite dal vivo (e ri-arrangiate per lo studio), oppure nate durante la registrazione di altri lavori e rimaste in un cassetto, ma anche semplicemente inediti, la cui produzione è stata affidata come sempre allo storico Nigel Godrich. Inutile dirlo, ma il quid in più sicuramente è stata la presenza di True Love Waits, che ha stupito e commosso tutti. La band di Oxford, qualche giorno prima dell’uscita dell’album, ha creato un’aria di mistero attorno a sè: la pagina di Facebook era completamente oscurata, su Instagram iniziavano ad apparire spezzoni di video, ovviamente si discuteva molto su cosa stesse succedendo. La realtà, invece, ce l’avevamo davanti agli occhi e non c’era molto da capire, se non che era chiaro che ormai eravamo arrivati al momento tanto atteso: l’uscita del nuovo album. Album che è stato anticipato dall’uscita di Burn the Witch, poi subito dopo Daydreaming, accompagnata da un video girato da Paul Thomas Anderson (regista de Il Petroliere o The Master, per intenderci). L’8 maggio l’album è stato presentato in diretta sulla britannica BBC RADIO 6, con commento annesso. E quasi non sembrava vero neppure allora, con il lavoro compiuto davanti agli occhi, mentre tutto il mondo lo stava ascoltando, di essere davvero di nuovo di fronte ai Radiohead. Dall’inizio alla fine, le tracce di questo album sono intime, ti scavano dentro, così come Thom Yorke ha scavato dentro di sé per realizzare un lavoro così maturo. Pare strano definire il nono album dei Radiohead d’avanguardia, perché i Radiohead sono sempre stati avanti, e c’è qualcosa di diverso, di alieno anche in questo lavoro. Non c’è aggressività, la sperimentazione elettronica c’è ma in modo scarno ed essenziale, molto forte la presenza degli archi e la voce di Thom è velata da una serena rassegnazione. “A Moon Shaped Pool” si presenta come un disco individualista e da ascoltare da soli, un viaggio dai primi anni ad oggi nella carriera del gruppo, quasi a voler tirare le somme di questi “primi” 23 anni oppure a voler mettere un punto a tutto quello che è venuto prima e creare un nuovo inizio per quello che verrà in futuro. Un disco dalla genesi lunga, agognato dal pubblico, osannato quanto criticato, oscuro, onirico. Un gruppo pronto a riprendere in mano le redini della musica mondiale, sempre se davvero le abbia mai lasciate.

19 12 2016

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